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Presentato a Roma il "Rapporto sulle biotecnologie in Italia 2011"
 
04/05/2011
 
Roma, 4 maggio 2011 - Viene presentato oggi a Roma, presso Palazzo Marini, il "Rapporto sulle Biotecnologie in Italia 2011", realizzato da Assobiotec ed Ernst&Young in collaborazione con Farmindustria e l'Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE). Il Rapporto analizza i dati del settore e il suo andamento. Intervengono: Marina Damaggio - Dirigente dell'Area Progetti e Formazione internazionale Istituto nazionale per il Commercio Estero, Antonio Irione - Advisory Life Science Leader Italia Ernst&Young, Sergio Dompé - Presidente di Farmindustria e Alessandro Sidoli - Presidente di Assobiotec. Di seguito i principali indicatori del Rapporto: Aziende in crescita costante: il Rapporto censisce 375 imprese e posiziona l'Italia come il paese europeo con il tasso di crescita maggiore. In termini di numero di imprese pure biotech, il nostro Paese è terzo, dopo Germania e Regno Unito. Contributo rilevante da tutte le imprese del comparto, per il 75% del totale costituito da imprese micro (meno di 10 addetti) o piccole (meno di 50 addetti), con 221 imprese che hanno nelle biotecnologie il proprio core business e il contributo fondamentale anche di imprese medie e grandi che determinano l'87% del fatturato. Spiccano le aziende dedicate alla cura della salute, ma crescono anche gli altri settori: il Rapporto censisce ben 246 aziende "red biotech" (cura della salute), cui seguono 49 imprese attive nelle biotecnologie agro-alimentari (green), 41 che si occupano di GPTA (Genomica, Proteomica e Tecnologie Abilitanti), 21 dedicate alle biotecnologie industriali (white) e 79 quelle la cui attività si esplica in più di un settore di applicazione ("multi core"), la cui quota vede un aumento particolarmente significativo, passando dal 6% al 21%. Forte concentrazione regionale delle imprese. Il 75% delle aziende si concentra in 6 regioni: Lombardia (129), Piemonte (37), Veneto (31), Lazio (30), Toscana (30) ed Emilia Romagna (26). Fatturato in crescita del 6% rispetto al 2010, pari a 7,4 miliardi di Euro. Investimenti in R&S pari a 1,76 miliardi di Euro, con un incremento del 2,5% rispetto al 2010, pari al 24% del fatturato (rispetto a 1% nella media dell'industria manifatturiera) Numero stabile di addetti, oltre 52.000, di cui 80% tra multinazionali e imprese del farmaco italiane e 20% tra pure biotech (11%) e altre biotech italiane. Il comparto biotecnologico vede inoltre crescere corposamente la propria capacità di innovare, come dimostrano i 237 prodotti a scopo terapeutico in sviluppo (dei quali 82 in fase preclinica e 155 di sviluppo clinico), che trovano applicazione terapeutica nelle aree dell'oncologia (35% dei prodotti), della neurologia (14%) e dell'infiammazione e malattie autoimmuni (12%). A questi si aggiungono ulteriori 68 progetti in fase early-stage (o "discovery"), che rappresentano un'interessante promessa per i prossimi anni, e che fanno salire a 305 i progetti e prodotti italiani complessivamente in sviluppo. "Il Rapporto conferma come l'industria biotecnologica italiana abbia retto bene alla difficile congiuntura economica internazionale, confermando il trend di crescita e di consolidamento che ha caratterizzato il settore nell'ultimo decennio" commenta Alessandro Sidoli, Presidente di Assobiotec, l'Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, che fa parte di Federchimica. "Un fatto particolarmente significativo anche per Assobiotec, che celebra, quest'anno, il 25° anniversario della sua fondazione" prosegue Sidoli. "In questi anni le biotecnologie sono diventate, in Italia, una solida realtà industriale in tutti i campi di applicazione: dalla salute, all'agroalimentare, alle applicazioni industriali. Il potenziale è ancora notevole, ma servono ora rigorosi interventi economici, finanziari e fiscali per la ricerca e l'innovazione, oltre che misure mirate ad attrarre i capitali indispensabili a sostenere gli elevati investimenti tipici del modello di business del biotech. L'augurio è che le nostre richieste si traducano presto in una precisa strategia di sviluppo che consenta l'ulteriore sviluppo competitivo del comparto". "Il nostro studio" commenta Antonio Irione, Advisory Life Science Leader di Ernst & Young in Italia "fotografa un settore sempre più competitivo a livello internazionale e, nonostante alcune criticità, in continua crescita su tutti i principali indicatori: fatturato, investimenti in ricerca e sviluppo, numero di imprese, numero di addetti. Questo soprattutto grazie al red biotech, che contribuisce al fatturato totale del settore per il oltre il 94% e sta sviluppando una pipeline di prodotti estremamente promettente. Emergono con chiarezza nuovi campi di applicazione per le tecnologie e il know how biotech e la possibilità di aumentare la competitività delle aziende italiane in diverse aree industriali sfruttando proprio le biotecnologie. In altri termini il biotech potrebbe rappresentare una delle principali leve di sviluppo per il nostro paese. La crescita e la competitività del biotech in Italia" continua Irione "dipenderanno soprattutto dalla definizione di una politica di sostegno al settore da parte delle istituzioni, dal supporto di tutte le parti in causa e dalla capacità delle nostre imprese biotech, per lo più di dimensioni ridotte, di attuare un sistema di alleanze strategiche che consenta loro di attrarre le risorse tecnologiche e finanziarie necessarie a competere efficacemente nel confronto internazionale". "Il biotech per la Salute è una opportunità concreta da non perdere" afferma Sergio Dompé, Presidente di Farmindustria. "Con le 246 aziende impegnate nella Ricerca, i 237 prodotti biotecnologici in sviluppo, molti dei quali per la cura di patologie oncologiche, neurologiche e autoimmuni. Gli ultimi dati sulle sperimentazioni cliniche mostrano, poi, come il 30% degli studi clinici in Italia sia su prodotti biotech. Occorre, quindi, una politica che sappia valorizzare le potenzialità con incentivi alla R&S selettivi e verificabili, un quadro normativo stabile e condizioni alla pari con i principali Stati europei. Per confermare e ampliare così gli investimenti ed evitare il rischio di delocalizzare produzioni hi tech, importanti per il Paese e la sua economia." "La conoscenza approfondita delle vocazioni tecnologiche delle nostre imprese da parte degli investitori internazionali - commenta il Presidente dell'ICE, Umberto Vattani - mira a favorire lo sviluppo di nuovi progetti tecnologici quali: la cura delle malattie rare, la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Questo Rapporto - conclude Vattani - è uno strumento qualificato per promuovere all'estero le applicazioni dell'innovazione tecnologica Made in Italy."